Gli albori del turismo in Val di Fassa

Articolo nella categoria: Cultura ladina

La Val di Fassa, come gran parte delle regioni dolomitiche, rimase per lungo tempo sconosciuta al resto del mondo: l’isolamento era determinato da vie d’accesso lunghe e spesso difficilmente percorribili.

La popolazione si manteneva sfruttando la terra e quel poco che d’estate cresceva; d’inverno gli uomini lasciavano le loro abitazioni per trasferirsi nelle regioni circostanti alla ricerca di un lavoro.

I primi arrivi turistici si registrarono nelle regioni dolomitiche a partire dall’800. Quella di allora era una clientela d’elite: geologi giunti per studiare la dolomite e linguisti, attirati dalla parlata originale dei ladini. Fra tutti particolarmente importanti furono gli inglesi: la loro voglia di avventura li spinse numerosi fra le vallate ladine e furono loro, con i loro scritti-resoconto,  a dare vita alla fama di Dolomiti come luoghi dal paesaggio incantato. Per quanto riguarda la Val di Fassa una scrittrice in particolare contribuì alla diffusione di quest’idea: Amelia Ann Blanford Edwards pubblicò presso una nota casa editrice londinese, la Longsman, Green and Co, il libro “Untrodden peaks and Unfrequented valleys: a midsummer ramble in the Dolomites” (vette inviolate e valli deserte: viaggio di mezza estate nelle Dolomiti), affascinante descrizione del viaggio compiuto nell’estate 1872. In tutta Europa, negli stessi anni, nasceva l’alpinismo: la SAT, società degli alpinisti tridentini, pubblicò nel 1879 la prima “guida” della zona, il testo di Vittorio Riccabona intitolato “Le Valli di Fiemme e Fassa”. I turisti italiani continuarono ad essere pochi; assidui frequentatori erano invece tedeschi, austriaci e inglesi, attratti sempre più dalle cime inviolate. Un libro in particolare fu la cassa di risonanza per il nascente alpinismo: uscito nel 1877, “Wanderungen in den Dolomiten” era il resoconto e la presentazione delle imprese di Paul Grohmann, giunto negli anni precedenti su molte vette del circondario fra cui la Marmolada e il Piz Boè.

I migliori accompagnatori degli intrepidi turisti erano sicuramente le persone del luogo che conoscevano bene sentieri e vie: l’alpinismo era diventato per gli autoctoni nuova fonte di guadagno. Nacquero così le “guide alpine”, riconosciute dal governo regionale di Innsbruck nel settembre 1874. I primi tre fassani autorizzati ad accompagnare i turisti in quota furono tre giovani di Campitello: Giorgio e Giovanni Bernard e Giovanni Mazzel. La tariffa minima giornaliera era fissata per 2, 5 fiorini; per salire sulla Marmolada ne occorrevano 4,5.

Il numero delle guide alpine crebbe velocemente negli anni successivi,  così come il numero di alberghi e osterie nella Valle. L’albergo “Alla Corona d’oro – An der Goldenen Krone” aperta da Antonio Rizzi a Vigo, fu presto affiancata a Campitello, dagli alberghi “Molino” e “Agnello”. Anche negli altri paesi della valle c’era disponibilità di alloggio; dalle due osterie di Mazzin, agli alberghi di Pozza, a Canazei con il “Croce Bianca – Weisses Kreuz”. Il primo rifugio venne  costruito nel 1881 al Fedaia, per iniziativa di Jambatista Finnazzer; il rifugio Contrin è del 1897, quello del Boè dell’anno successivo.

La grande svolta turistica avvenne comunque alla fine del secolo con la costruzione della “Strada delle Dolomiti”, via di collegamento fra Bolzano e Cortina, inaugurata solennemente il 13 ottobre 1904. La Val di Fassa divenne più facilmente raggiungibile: prima una diligenza a cavalli, poi un autobus con motore a scoppio ruppero definitivamente il secolare isolamento della Val di Fassa, decretandola ambita meta del turismo estivo, e qualche decennio dopo, stazione sciistica d’eccellenza.

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